Il cervello delle persone sorde dalla nascita si riorganizza in modo da poter comunque ‘ascoltare' pur non sentendo. A spiegarci come funzionano le regioni uditive del cervello di una persona sorda sono i ricercatori dell'Università di Trento che su PNAS hanno pubblicato lo studio intitolato “Functional selectivity for face processing in the temporal voice area of early deaf individuals”.

Cervelli ‘sordi'. I ricercatori spiegano che l'area del cervello che si occupa degli stimoli uditivi agisce in modo da compensare il deficit e funziona in modo simile alle aree del cervello che invece si occupano della vista. “In questo modo anche loro recuperano quelle informazioni legate all’identità del parlante, che solitamente vengono veicolate attraverso l’udito come, ad esempio, l’età, il sesso, gli stati d’animo, le emozioni che esprime o le sue intenzioni” spiegano i ricercatori.

Lo studio. Quanto scoperto serve a dimostrare, per la prima volta, come questi cambiamenti nel cervello non avvengano casualmente, ma hanno una base genetica nel corso della nostra evoluzione. Insomma, il cervello umano si dimostra sia elastico, sia rigido: “Se da una parte gli studi neuroscientifici hanno evidenziato la straordinaria abilità del cervello umano di adattarsi alle esperienze nel corso della vita, dall’altra rimaneva da chiarire quanto tale abilità avvenisse entro i limiti definiti dall’informazione genetica” ed è proprio quanto scoperto sulle persone sorde che dimostra come la plasticità possa essere vincolata da specializzazioni determinate dai geni, e lo stesso rapporto accade nelle persone cieche.

Altri aspetti importanti. Un ulteriore aspetto importante di questa ricerca è la conferma che “la percezione e l’elaborazione del volto e della voce avvengono nel cervello umano con alcuni meccanismi comuni, nonostante siano veicolate attraverso canali sensoriali distinti”. Circuito visivo e uditivo sarebbero dunque collegati e permetterebbero al cervello di adattarsi, modificandosi e riuscendo comunque ad elaborare le informazioni. Quanto scoperto potrebbe aiutare domani a capire come agevolare la riabilitazione delle persone con impianto cocleare.