in foto: Congo, foto rilasciata dal World Conservation Society. Credit: Liana Joseph/PA Wire

Secondo il professor James Watson, biologo della Wildlife Conservation Society presso l'università del Queensland St. Lucia di Brisbane, in Australia, quando si pensa alla conservazione si immagina sempre di dover salvare una specie specifica, magari il panda o la tigre, e tutt'al più di proteggere l'habitat di queste creature: ma questa prospettiva ridotta, spiega un articolo di Science, mette a rischio la possibilità di osservare il quadro d'insieme; un quadro nel quale enormi superfici di natura selvaggia hanno a loro volta bisogno di aiuto. In uno studio pubblicato da Current Biology, Watson e colleghi hanno comparato l'estensione delle aree selvagge della Terra del 1993 e del 2009, documentando così una perdita del 10% del totale, con circa il 30% di natura sparita solo nel Sud America.

Cosa si intende per natura selvaggia.

Paesaggi quasi completamente privi dall'interferenza umana: questo è la natura selvaggia che sta scomparendo ad un ritmo decisamente più rapido di quanto si prevedesse (in ciò non è esclusa la presenza degli uomini, ad esempio delle piccole comunità indigene sudamericane). I ricercatori hanno potuto osservarne le differenti estensioni a distanza di pochi anni attraverso i dati satellitari, determinando così la misura dell'”impronta umana” sulla Terra. Cosa distrugga la natura selvaggia è presto detto: strade, vie d'acqua navigabili, ferrovie, campi coltivati, terreni a pascolo, illuminazione notturna, costruzioni, insediamenti, attività industriale. E buona parte di queste minacce sono aumentate nell'ultimo quarto di secolo, rappresentando così un “disturbo” anche per quelle zone che dovrebbero essere importanti riserve di biodiversità.

La mappa di una scomparsa.

Nel 2009 si contavano circa il 23% delle aree selvagge del Pianeta rimaste incontaminate (dal conto gli scienziati hanno escluso l'Antartide così come gli Oceani e i grandi laghi), il che corrisponde a circa 30,1 milioni di chilometri quadrati distribuiti, per lo più, tra Nord America, Nord Asia, Nord Africa ed Australia. Numeri che fanno registrare una perdita di 3,3 milioni di di chilometri quadrati rispetto al 1993, localizzabile soprattutto in Sud America ma anche in Congo e in Nuova Guinea, dove sono state devastate foreste e aree paludose.

La Danum Valley, in Malesia, in una foto rilasciata dal World Conservation Society. Credit: Liana Joseph/PA Wirein foto: La Danum Valley, in Malesia, in una foto rilasciata dal World Conservation Society. Credit: Liana Joseph/PA Wire

Una perdita sottovalutata.

Se gli sforzi per la conservazione di specifiche specie o di aree naturali particolarmente danneggiate o degradate hanno fatto registrare fortune alterne – ma anche incoraggianti successi, in alcuni casi – l'attenzione per le terre remote è sempre stata piuttosto scarsa, sia da parte dei governi sia da parte delle organizzazioni che si occupano di ambiente. Probabilmente la protezione dalla contaminazione delle aree completamente selvagge richiede uno sforzo superiore anche perché, una volta introdotto l'elemento esterno in un ecosistema, è impossibile che le cose tornino allo stato originario; ma per quel 23% di terre che ancora sono libere dall'impronta antropica varrebbe la pena investire, prima che sia troppo tardi e il nostro Pianeta diventi globalmente nelle mani dell'uomo.