La patria del petrolio investe nelle fonti rinnovabili di energia. Strano, ma vero e segnala non solo la grande disponibilità economica di certi stati, ma anche l'importanza strategica di investire altrove dagli idrocarburi. Domenica 17 marzo gli Emirati Arabi Uniti hanno inaugurato il più grande impianto fotovoltaico al mondo. Nei pressi di Medinat Zayed, 120 chilometri a sud di Abu Dhabi, sua Altezza Sheikh Khalifa bin Zayed al-Nahayan, presidente degli Emirati dal 2004, ha tagliato il nastro inaugurale di "Shams 1" (lett. "Sole 1"), aprendo agli osservatori una sterminata landa desertica ricoperta di specchi. Il progetto, realizzato nel tempo breve di soli tre anni, è costato circa 600 milioni di dollari ed è stato costruito da una joint-venture internazionale che attribuisce la proprietà dell'impianto per il 60% alla locale Masdar, per il 20% alla francese Total e – per un altro 20% – alla spagnola Abengoa. La grandezza di Shams 1 è di 2,5 chilometri quadrati, equivalenti a circa 285 campi di calcio, in cui sono ordinati 768 collettori parabolici.

Perché i petrodollari investono nel Sole? La risposta viene fornita indirettamente da Philippe Boisseau, presidente del settore nuove energie della Total: "L'idea è utilizzare le energie pulite per il fabbisogno energetico interno e usare dall'oro nero nei settori in cui è indispensabile e per l'esportazione". La centrale solare può produrre fino a 100 megawatt, sufficienti ad alimentare 20.000 case. Shams 1, come indica il riferimento numerico nel nome, rientra in un progetto di diversificazione energetica più ampio che contempla anche la presenza di energia nucleare. Ma, spiega il sultano Al Jaber, "Puntiamo però a produrre il 7% dell'energia da fonti rinnovabili".