La si credeva estinta da ormai centocinquanta anni e, per il momento, nessuno ancora l'ha avvistata; eppure, molto probabilmente, è ancora viva, protetta dalla rigogliosa vegetazione, dai pendii e dalle valli che raggiungono il loro punto più alto con i 1700 metri del vulcano Wolf. A rivelarlo sarebbero le sue tracce genetiche trovate in alcuni esemplari di tartaruga gigante delle Galápagos che vivono sull'isola di Isabela, come ci informa uno studio recentemente pubblicato dalla rivista Current Biology

Un campione di DNA proveniente da 1669 individui, approssimativamente il 20% della popolazione attualmente stimata nell'area, è stato prelevato ed analizzato dai ricercatori guidati da Ryan Garrick e Edgar Benavides; l'indagine ha consentito di scoprire che numerose delle tartarughe del vulcano Wolf erano il risultato di un ibrido tra le Chelonoidis Becki e le Chelonoidis Elephantopus, queste ultime ritenute ormai estinte; un'impronta lasciata nel genoma della sua discendenza ibrida, dunque, suggerirebbe che sull'isola Isabela l'animale non sarebbe scomparso del tutto.

Gli scienziati sono andati avanti nelle ricerche, osservando come in 84 animali il materiale genetico proveniente dalla Chelonoidis Elephantopus sia talmente abbondante da lasciar supporre che almeno uno degli avi recenti fosse un esemplare puro; in 30 casi le nascite sarebbero avvenute negli ultimi 15 anni il che, considerando che la durata della vita di una tartaruga può superare abbondantemente i cento anni, farebbe pensare che, a tutt'oggi, ci sarebbero delle tartarughe giganti di una sottospecie ritenuta estinta, viventi e ben nascoste dalla natura. La mappatura del DNA suggerisce, inoltre, che in totale gli ibridi sarebbero diretti discendenti di 38 esemplari puri.

La Chelonoidis Elephantopus, in realtà, è originaria dell'isola Floreana, distante circa 300 chilometri dalle pendici del vulcano Wolf, sulla costa settentrionale di Isabela: su Floreana si erano cercate le sue tracce e, già diversi decenni fa, se ne era decretata l'estinzione. All'inizio del XVII secolo pare che alle Galápagos si potessero contare circa 250 000 esemplari di tartaruga gigante, divise in 15 specie differenti; già nella prima metà del 1800 Charles Darwin riportava come questi animali, incapaci di udire e quindi di fuggire se qualcuno si avvicinava a loro, fossero costanti vittime di stragi da parte degli abitanti; cinque specie tra queste sarebbero probabilmente scomparse.

Ma le tartarughe erano anche piuttosto ambite da parte di pirati e balenieri: grosse e pesanti, la loro carne era ritenuta gradevole al palato e ricca di olio e, soprattutto, potevano sopravvivere per mesi senza mangiare né bere. I marinai potevano tenerle come riserva alimentare nelle stive delle proprie navi ma quando si verificava un'emergenza (come un assedio da parte di un'imbarcazione nemica) erano tra le prime cose gettate in mare per alleggerire lo scafo.

Garrick, Benavides ed i loro colleghi suggeriscono che, probabilmente, qualcuna di queste naufraghe, incapace di nuotare ma perfettamente in grado di galleggiare al pari del sughero, sia giunta fino all'isola Isabela e l'abbia quindi colonizzata, perpetuando la specie anche attraverso l'ibridazione con le autoctone Chelonoidis Becki. Ora, però, dopo la scoperta, il prossimo passo sarà individuare gli esemplari in vita ed avere cura del loro accoppiamento scongiurando un'estinzione che, questa volta, potrebbe verificarsi davvero.