in foto: Credit: Michael Osadciw/University of Rochester

La Stella di Scholz (designazione formale WISE J072003.20-084651.2) porta il nome del suo scopritore, l’astronomo Ralf-Dieter Scholz del tedesco Leibniz-Institut für Astrophysik Potsdam (AIP) che per primo la osservò verso la fine del 2013. Collocata a circa 20 anni luce di distanza da noi, in direzione della Costellazione dell’Unicorno, non è sempre stata così lontana. C’è stato un tempo, infatti, in cui passò ad “appena” 52.000 unità astronomiche da noi o, se preferite, a 0,8 anni luce: che è davvero poco se pensate che la Stella più vicina a noi, Proxima Centauri, è a 4,2 anni luce di distanza.

Un’aliena nel nostro Sistema.

Lo sostengono gli astronomi della Rochester University e dell’European Southern Obeservatory che, esaminandone la traiettoria, hanno concluso che questo oggetto celeste, vagabondando nell'Universo, dovette infilarsi e transitare attraverso la nube di Oort, la fascia sferica che avvolge il nostro Sistema Solare e dalla quale si pensa che provengano le Comete di lungo periodo. Il tutto accadde circa 70.000 anni fa, ossia in un’epoca in cui l’Homo Sapiens era già abbondantemente comparso sul Pianeta ed aveva anche intrapreso il proprio percorso di colonizzazione delle terre emerse. Possiamo quindi addirittura pensare che i nostri antenati assistettero a questo curioso spettacolo? Gli studiosi ritengono che sia un’ipotesi da non escludere: la Stella di Scholz mostrava una magnitudine inferiore di ben 50 volte a quella necessaria affinché fosse visibile ad occhio nudo. Tuttavia è anche magneticamente attiva, cosa che causa dei brevi ed intensi brillamenti che possono renderla fino a migliaia di volte più luminosa: insomma, forse qualcuno in quell’epoca remota la notò anche.

Nana rossa e nana bruna.

Per essere precisi, la Stella di Scholz si compone di due unità: si tratta, infatti, di un sistema binario costituito da una nana rossa di piccola massa (circa l’8% di quella solare) accompagnata da una nana bruna (con massa pari al 6% di quella solare). Quest’ultima, al pari delle sue “colleghe”, è una sorta di “Stella fallita”, con una massa troppo piccola per fondere l’idrogeno nel proprio nucleo. Il suo passaggio nella nube di Oort, specificano gli scienziati, deve aver causato perturbazioni di lieve entità.

Mappa del Sistema Solare con nube di Oortin foto: Mappa del Sistema Solare con nube di Oort

Una Stella “lenta”.

La Stella di Scholz catturò l’attenzione del professor Eric Mamajek dell’università americana che, assieme al co-autore Valentin D. Ivanov dell’ESO, annotò le singolari caratteristiche dell’oggetto celeste: nonostante la sua relativa vicinanza, infatti, esso si muoveva molto lentamente nel cielo. «La maggior parte delle Stelle dei dintorni mostrano un moto tangenziale più ampio» ha spiegato Mamajek «Il basso moto tangenziale e la prossimità a noi sembravano indicare inizialmente che la Stella si stava dirigendo probabilmente verso un incontro con il Sistema Solare o, forse, che ne aveva avuto uno “recentemente” dal quale si stava allontanando. Con un buon grado di sicurezza, le misurazioni della velocità radiale si sono dimostrate più compatibili con la seconda ipotesi e, quindi, ci siamo resi conto che deve esserci stato un passaggio ravvicinato nel passato».

Per ricavare la traiettoria, gli astronomi dovevano conoscere dati relativi alla velocità tangenziale e a quella radiale: Ivanov e colleghi hanno ottenuto tali informazioni utilizzando gli spettrografi presenti sui grandi telescopi in Sud Africa (South African Large Telescope, SALT) e in Cile (Telescopio Magellano, presso l’Osservatorio di Las Campanas). Questo ha consentito di stabilire che la Stella di Scholz si sta allontanando dal nostro Sistema Solare, dopo il più ravvicinato approccio avvenuto 70.000 anni fa.

Stella da record.

Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati da Astrophysical Journal Letters, “strappa” il record alla Stella HIP 85605 della quale si diceva che avesse attraversato il nostro Sistema Solare tra i 240.000 e i 470.000 anni fa: Mamajek e collaboratori, per la verità, avrebbero dimostrato che la distanza originaria dell’oggetto celeste era stata probabilmente sottostimata e che è ragionevole pensare che transitò a circa 200 anni luce di noi, cosa che non l’avrebbe mai condotta all'interno della nube di Oort.