Tecnicamente non significa che a partire dal 21 aprile stiamo consumando soltanto pesce proveniente da mari non italiani, naturalmente: questa data segna simbolicamente il momento in cui per un Paese scatta la necessità di importare per far fronte alla domanda interna. Per l'Italia questo giorno è passato da poco, per la Grecia e per il Regno Unito arriverà un po' più tardi, rispettivamente l'8 e il 21 agosto; anche la Francia e la Spagna ci seguiranno, il 21 e il 25 maggio, mentre il Portogallo ha già esaurito le sue riserve il 30 marzo. Si tratta del Fish Dependence Day ed è il giorno, calcolato per ogni singolo Stato, in cui tutto il quantitativo di pesce che un Paese può pescare o produrre tramite acquacoltura risulta essere stato già mangiato: secondo un trend pericolosamente preoccupante, un giorno che viene sempre prima sul calendario. Nel 2011 l'ultimo pesce era stato consumato il 30 aprile, mentre quest'anno siamo in anticipo di più di una settimana: una tendenza che non può dirsi esattamente uniforme per tutti gli Stati (ad esempio, i Paesi Bassi sono ridiventati autosufficienti quest'anno, mentre la Svezia lo è rimasta pressoché sempre negli ultimi decenni) ma che rispecchia perfettamente quello che è un atteggiamento predatorio estremamente diffuso nei confronti del mare e dei suoi abitanti.

Il quadro italiano – E dire che le ricchezze del Mediterraneo hanno meritato infinite lodi e canti di celebrazione fin dai secoli più antichi: ciononostante, quella immensa riserva sembra destinata ad esaurirsi sempre più rapidamente, complici l'aumento dei consumi pro-capite (tra il 1961 e il 2005 un incremento di oltre il 100% ha interessato tantissimi Paesi incluso il nostro) e il sovrasfruttamento delle risorse ittiche che ha come conseguenza anche problemi nel ripopolamento dei mari, dove si aggirano esemplari sempre più piccoli che finiscono rapidamente nelle reti dei pescatori. Un'area ricca di beni, insomma, che se non gestita in maniera sostenibile, rischia di trasformarsi, e già si avvia su questa strada, in un deserto sottomarino: seguendo un andamento piuttosto costante al peggioramento, il nostro Paese negli ultimi anni ha visto sempre più scendere il proprio grado di autosufficienza e gli auspici per il futuro, valutati sulla base del presente, non fanno sperare di meglio. Attualmente l'Italia dipende per il 70% dalle importazioni e questo a fronte di una diminuzione nei consumi che, comunque, è stata rilevata negli ultimi anni ma alla quale ha corrisposto una contrazione visibile negli sbarchi a terra di pescato.

Il contesto Europeo – Una tendenza che non riguarda solo l'Italia perché accanto al Bel Paese, Germania, Francia, Spagna e Portogallo (ma non solo) continuano a consumare più di quanto sono in grado di produrre: il rapporto Fish Dependance – The Incrasing reliance of the EU on fish from elsewhere elaborato da New Economic Foundation e OCEAN 2012, mette proprio in evidenza come la situazione riguardi globalmente tutto il Vecchio Continente che vede la data del suo Fish Dependence Day posta al 6 luglio, praticamente a metà dell'anno. I danni derivanti dalla pesca eccessiva non ricadono come una scure solo su un ambiente già vessato dall'inquinamento: la stessa economia soffre le conseguenze di pratiche non sostenibili che costano, ogni anno, la perdita di milioni di euro e di migliaia di posti di lavoro. Aniol Esteban, rappresentante di New Economic Foundation e OCEAN 2012, ha ricordato come nel 2009 la Banca Mondiale avesse stimato le perdite economiche dovute al sovrasfruttamento ittico in circa 50 miliardi di dollari. Il prosciugamento dei mari non solo mette in ginocchio la natura ma viene anche pagato a spese nostre ed è difficile immaginare scenari futuri in questa prospettiva, data la consapevolezza che un'inversione di rotta si è ormai resa inevitabile.