Ci sono tante cose che ci faranno ricordare Margherita Hack: il suo amore per gli animali, specialmente per i gatti; la sua difesa del vegetarianismo; l’ateismo militante, che l’aveva vista presidente onorario dell’UAAR (l’Unione atei e agnostici razionalisti); le prese di posizione politiche e anche le candidature parlamentari nella sinistra comunista, anche se aveva sempre rifiutato di sedere in Parlamento; la sua passione per la bicicletta. Cosa ci raccontano, tutte queste cose, della Margherita Hack scienziata, dell’astrofisica che fu la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico italiano? Molto, perché la Hack è stata una personalità a tutto tondo, una donna carismatica che ha avuto successo nella vita e nella carriera proprio per il suo coraggio di prendere posizioni anche scomode, spesso controcorrente, ma sempre coerenti con gli ideali che l’hanno vista diventare una delle più famose astrofisiche del mondo.

Dalle cefeidi alle stelle Be.

Illustrazione artistica di una stella Be con il suo disco di materiale espulso. Margherita Hack ha dato importanti contributi allo studio di queste stelle.in foto: Illustrazione artistica di una stella Be con il suo disco di materiale espulso. Margherita Hack ha dato importanti contributi allo studio di queste stelle.

Iniziò la sua carriera con le cefeidi, stelle che variano continuamente la loro luminosità nell’arco di un periodo di tempo molto breve, appena cinquanta giorni. Si conoscevano fin dall’antichità, ma fu un’altra donna, Henrietta Leavitt, a scoprire agli inizi del XX secolo che attraverso lo studio della variazione di luminosità era possibile usare queste stelle come parametri di misurazione della loro distanza dalla Terra. Come Margherita Hack, Henrietta Leavitt nel corso della sua carriera aveva dovuto subire l’indifferenza e persino l’opposizione dei colleghi maschi, che consideravano inconcepibile confrontarsi con un collega di sesso opposto. Se oggi le donne che lavorano nella fisica, nell’astronomia e nella cosmologia sono quasi pari ai loro colleghi maschi, lo si deve anche al coraggio e alla perseveranza di donne come loro.

Da questi studi, Margherita Hack si spostò poi sulle stelle a emissione B, alcune delle quali sono a loro volta cefeidi. La loro caratteristica consiste in una rapida rotazione che le porta a emettere enormi quantità di materia che va a formare anelli e dischi intorno alla stella stessa. Le stelle di tipo Be, studiate in particolare dalla Hack nella sua carriera di astrofisica, si caratterizzano per una significativa emissione di idrogeno (da qui il suffisso “e” dopo la lettera B, che indica la loro classe spettrale) e un eccesso di radiazione infrarossa: oggi sappiamo che queste due peculiarità dipendono dai dischi di materia che circondano tali stelle e ne assorbono la radiazione ultravioletta. Sono stelle caratterizzate da una rotazione velocissima, che le rendono tra gli oggetti di studio più affascinanti per l’astrofisica.

Da Arcetri a Trieste.

Le stelle hanno scandito la carriera di Margherita Hack. I loro nomi evocativi riempiono i titoli delle sue prime pubblicazioni: Zeta Tauri, Eta Boo, Zeta Her, Omega Tau, 55 Cygni. “Siamo figli delle stelle”, amava ripetere. È dal loro studio che è possibile ricostruire la storia dell’universo passato, presente e futuro. Una convinzione che ha portato Margherita Hack a studiare successivamente cosmologia e interessarsi all’origine dell’universo. L’ateismo e il suo scetticismo nei confronti delle narrative religiose l’aveva già nel sangue, prima di iniziare la carriera scientifica. I genitori non avevano idee religiose molto precise e avevano permesso a Margherita di formarsi una propria opinione. Erano stati anche molto aperti sul suo desiderio di studiare fisica all’università, dopo il liceo. “Fai ciò per cui ti senti più portata”, si erano limitati a consigliarle. E così Margherita aveva fatto.

L'Osservatorio Astronomico di Trieste, di cui Margherita Hack è stata a lungo direttrice.in foto: L'Osservatorio Astronomico di Trieste, di cui Margherita Hack è stata a lungo direttrice.

Doveva specializzarsi in elettrostatica, ma trovava il tema piuttosto barboso e decise di chiedere una tesi in astronomia. Ad Arcetri, dove si trova l’osservatorio astronomico fiorentino, in cui la Hack lavorò alla sua prima ricerca, l’eredità di Galileo Galilei – che lì era morto dopo la condanna agli arresti domiciliari da parte del Sant’Uffizio per le sue idee sull’eliocentrismo – ha avuto un grande peso nel forgiare le opinioni della scienziata, come lei stesso avrebbe avuto modo di ammettere. Nel 1954 si trasferì all’Osservatorio di Merate, poi nel 1964 a Trieste, dove iniziò a lavorare alla radioastronomia, lo studio delle stelle nella gamma delle onde radio. Dell’Osservatorio di Trieste, la Hack divenne direttrice, la prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico. Ed è in quegli anni che inizia anche la sua carriera di divulgatrice scientifica, diventata negli anni la sua più importante attività attraverso pubblicazioni per il grande pubblico, conferenze, partecipazioni televisive.

Dio e la scienza.

Due grandi obiettivi: convincere i giovani a dedicarsi alla ricerca scientifica, facendoli innamorare delle stelle e dei misteri dell’universo; combattere le visioni fideistiche e irrazionali della natura, dalle superstizioni sugli oroscopi alle letture teologiche della creazione. Un tasto sul quale ha battuto spesso. “Chi non accetta la fede, e quindi non accetta la mediazione col mistero della vita da parte di nessuna casta, ritiene che il credere in Dio sia un modo infantile di spiegare tutto ciò a cui la scienza non è in grado di dare risposte”, ha scritto a conclusione di uno dei suoi ultimi libri, Il mio infinito. Si era scagliata soprattutto contro Benedetto XVI: “Recentemente il papa ha accusato gli scienziati di essere avidi e arroganti e di volersi sostituire a Dio”, ricordava. “Questa accusa di arroganza tradisce l’ingenua convinzione che si possano mettere degli argini alla corrente del pensiero indagatore, un mare di tante menti – di diversi Paesi, culture e religioni – che dilaga in ogni ansa dove c’è qualcosa da scoprire. E allora perché non dovremmo indagare sulla vita e cercare di capirne i meccanismi più profondi così come li ha congegnati, se vogliamo, Dio? Dio dovrebbe essere contento che i suoi figli, fatti a sua immagine e conoscenza, si avvicinino sempre di più ai segreti della sua Creazione”.

Queste brevi frasi riassumono tutto il Credo di Margherita Hack: il valore della conoscenza, il desiderio continuo di scoprire il come e il perché delle cose, il rifiuto dei dogmi e delle caste, come le chiamava (forse un ricordo delle caste universitarie contro cui dovette combattere negli anni della gioventù). L’amore per le stelle e per l’universo non ha mai cozzato con il razionalismo ateo di Margherita Hack: l’universo può anche non essere stato creato da un Dio, i cieli possono essere lì per ben altro che “narrare la gloria del Signore”, come recita la Bibbia, però l’enigma infinito che racchiude ci stimola a continuare a indagare, a studiare, a farci domande e cercare risposte. Questa è l’eredità che Margherita Hack ci ha lasciato: bella e luminosa come l’universo.