È chiaro ormai che, quando torneremo sulla Luna, non lo faremo solo per piantare una bandiera. Lontani i tempi della Guerra fredda, diverse le esigenze dei programmi spaziali del futuro. Mentre le grandi agenzie nazionali si concentrano su missioni economiche, a causa dei tagli imposti dall’austerity mondiale, le nuove compagnie spaziali private sono decise a trainare la nuova fase dell’espansione umana nello spazio seguendo il vecchio sogno dei cercatori d’oro. Sulla Luna di oro non ce n’è, o comunque è troppo poco; ci sono però minerali come quelli del gruppo platino o le cosiddette “terre rare”, sempre più rilevanti nell’industria hi-tech per la realizzazione dei cellulari. La loro scarsità sulla Terra, e il fatto che i giacimenti maggiori siano in mano a pochi paesi, tra cui la Cina, ha convinto molte compagnie americane a rimboccarsi le mani per creare vere e proprie miniere nello spazio.

Prima fase: asteroidi – L’obiettivo intermedio sono gli asteroidi. “Le risorse degli asteroidi possiedono alcune caratteristiche uniche che le rendono particolarmente attraenti”, spiegano i manager di Planetary Resources, la prima compagnia fondata lo scorso anno per sfruttare le risorse minerarie nello spazio. “A differenza della Terra, dove i metalli più pesanti sono più vicini al nucleo interno, i metalli negli asteroidi sono distribuiti per tutto il loro corpo, rendendoli più facilmente estraibili”. A guidare i progetti di Planetary Resources ci sono il regista James Cameron, i pionieri dei voli spaziali privati Peter Diamandis ed Eric Anderson, i CEO di Google, Larry Page e Eric Schmidt, insieme al guru della Microsoft, Charles Simonyi (che ha dato vita alla fortunata suite di Office). “Navicelle robotiche low cost di tipo commerciale esploreranno gli asteroidi determinandone la posizione, composizione e accessibilità delle loro risorse”, precisano. La seconda fase sarà quella dell’estrazione e dell’invio delle risorse verso un eventuale punto di raccolta in orbita intorno alla Terra o verso una stazione sulla Luna.

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Seconda fase: la Luna – Nel settore si stanno lanciando anche altre grandi compagnie private, che oltre agli asteroidi guardano alla Luna. Qui si trovano i giacimenti dell’Elio-3, da molti definito il petrolio del futuro. Se e quando la fusione nucleare diventerà realtà, l’elio-3 sarà il principale combustibile per i reattori e, mentre sulla Terra non esiste che in quantità irrisorie, sulla Luna è abbondante. Tuttavia solo la seconda o terza generazione di reattori potrà essere alimentata con elio-3: nel migliore dei casi, dunque, servirà non prima del 2070-2080. Ma nel frattempo anche paesi come la Cina e la Russia vogliono prepararsi e hanno già reso noti progetti ambiziosi per creare basi sulla Luna e iniziare la prospezione mineraria del nostro satellite. Oggi l’estrazione e l’invio sulla Terra dell’elio-3 oggi è troppo costosa. L’obiettivo è abbattere significativamente i costi.

Stampanti 3D – La frontiera è ora costituita dalla possibilità di sfruttare le meraviglie della tecnologia delle stampanti 3D. Secondo diversi progetti, montando gigantesche factory sulla Luna capaci di impiegare le materie prime del nostro satellite per costruire in loco intere basi e macchinari estrattivi, si eviteranno i costi enormi di spedire sulla Luna materiali costruiti sulla Terra. Uno dei progetti più avanzati è stato elaborato dall’Agenzia spaziale italiana e punta a utilizzare le stampanti 3D per dare vita a una base lunare. Improbabile comunque che l’Italia si possa gettare davvero in quest’impresa, che richiederà per la sua realizzazione non solo miliardi di euro, ma anche lo stesso coraggio degli antichi cercatori d’oro.