Il 12 aprile del 1961 il primo uomo veniva inviato in orbita dall'Unione Sovietica e Jurij Gagarin conquistava lo spazio. Se fosse ancora in vita, oggi il cosmonauta sovietico avrebbe più di ottant'anni: sarebbe un eroe in pensione, magari ritirato in qualche ignota località della Russia a consumare la vecchiaia dopo una vita di gloria ed emozioni; forse avrebbe pensieri da vecchio nostalgico, dopo aver assistito allo sgretolamento del mondo in cui era nato. Un mondo che lo aveva formato ed educato con fierezza e disciplina sovietiche e che gli aveva regalato il sogno più incredibile che l’essere umano sia stato in grado di concepire e del quale era diventato simbolo ed orgoglio. È facile immaginare che, quand'anche fosse finito a condurre un’esistenza ritirata, lontana dai riflettori, distante dal potere politico che ne aveva fatto all'epoca uno dei propri strumenti privilegiati, nessuno avrebbe potuto dimenticarne le gesta: perché sarebbe stato semplicemente impossibile.

Il giovane eroe.

Gagarin non aveva bisogno di una morte prematura che lo consacrasse come eroe dato che lo fu quando era ancora in vita, dal momento esatto in cui mise piede nuovamente sul suolo terrestre dopo quel primo spettacolare (e forse spericolato) volo. Ad appena 27 anni aveva non solo insegnato all'uomo che c’era un altro confine che poteva essere valicato, ma che a fare quel primo fondamentale passo era stata proprio la Russia, mentre all'America restavano soltanto le briciole del suo “sogno” clamorosamente beffato dalla navicella Vostok. Del resto il giovane Gagarin venne scelto, per l’addestramento come cosmonauta prima e per la missione che avrebbe cambiato la storia dell’umanità poi, anche perché la sua figura si prestava perfettamente ad incarnare il “volto” dell’Unione Sovietica.

Il figlio del Regime Sovietico.

Era il figlio di un remoto villaggio russo al quale era stata data l’opportunità di spiccare per talento nelle discipline scientifiche, ma anche per fermezza d’intento, capacità fisiche e forza di volontà: fu l’icona perfetta del progetto sovietico che andava ben oltre la sola politica spaziale ma che, nella corsa verso gli abissi del cosmo, stava vincendo al sua competizione da guerra fredda. I giovani della generazione di Gagarin, cresciuti sulle ceneri del conflitto mondiale dal quale l’URSS era uscita vittoriosa, avevano mezzi come questo per avere l’onore dei propri padri e dare anch'essi lustro alla Patria. Inoltre l’espressione di Gagarin preservava una sorta di freschezza ed ingenuità, l’entusiasmo del primo uomo che sta per imbarcarsi in una missione impossibile: e questo nonostante fosse perfettamente consapevole del fatto che il viaggio poteva non andare a buon fine. Il Maggiore Jurij Gagarin era un sovietico abituato a contare sulla propria volontà e disciplina, oltre ad una persona dotata di grande passione e talento per il volo: ma seppe emozionarsi come un fanciullo dinanzi allo spettacolo del proprio Pianeta visto da dove mai nessuno aveva potuto, esclamando quel «La Terra è blu… Che meraviglia!».

Pilota scelto.

Furono proprio le sue abilità da pilota professionista le caratteristiche alle quali si appellarono in molti dopo il tragico incidente del 27 marzo 1968, non volendo accettare l’ipotesi di un Gagarin che si mette alla guida di un MiG-15 (i piccoli caccia che tornò a pilotare dopo la partecipazione al progetto spazio) da ubriaco, andandosi a schiantare per una disattenzione qualunque. Ed effettivamente il tempo ha restituito una parziale verità la quale, tuttavia, all'epoca non venne preferita dal l’Unione Sovietica che scelse di liquidare il suo eroe come un alcolizzato imprudente. È opinione ormai diffusa che a causare la collisione con il suolo sia stata una manovra d’emergenza resasi indispensabile per schivare un oggetto comparso lungo la rotta che non doveva essere lì: questo è quanto scritto anche nell'ultimo rapporto stilato dal Cremlino, concluso nel 2011.

La fine dell'eroe.

Tuttavia restano aperti i dubbi, sollevati anche recentemente dall'amico e collega Aleksej Leonov che si trovava nella zona in cui avvenne l’incidente quel giorno, in merito a cosa fu che si trovò davanti Gagarin e, soprattutto, su chi a quel punto dovrebbe ricadere l’eventuale responsabilità: un Sukhoi Su-15 che doveva essere testato quel giorno ma che, volando a quote più basse, si avvicinò troppo al MiG, obbligando il pilota ad una brusca virata a cui seguì lo spin e la caduta in picchiata; o forse addirittura una piccola formazione di aerei che con la scia creò una turbolenza improvvisa alla quale fu impossibile rispondere con manovre adeguate.

Gagarin resta un eroe e, in ogni caso, nessuno lo immaginerà mai (presumibilmente a buon diritto) mentre diventa non più in grado, ancora in giovane età per giunta, di fare quello per cui era venuto al mondo, volare: e, in fondo, è anche piuttosto intuitivo come, per l’Unione Sovietica, l’incidente causato da una violazione delle norme di volo potesse costituire una ferita nell'immagine costruita nella competizione con l’eterno nemico.

E difatti, come accade per ogni eroe che si rispetti, la leggenda è fiorita anche attorno alla morte di Jurij Gagarin: a parte l’immancabile assassinio e il suicidio, c’è chi lo voleva in realtà ancora vivo ma internato poiché diventato improvvisamente inviso al regime. Perché si sa, agli eroi spettano esistenze e gesta indimenticabili e neanche la morte, per essi, può essere frutto di un fatalità crudele o di una disattenzione qualsiasi.