L'immondizia del Tirreno è soprattutto plastica, il che, considerati i lunghi tempi di biodegradabilità, non è certo una buona notizia. Il dato, comunicato ieri al convegno organizzato dal Kyoto Club presso il Ministero dell'Ambiente, è stato fornito da Legambiente, che nell'ultimo tour estivo della Goletta Verde ha rilevato la composizione dei rifiuti galleggianti nel Tirreno dallo Stretto di Messina a Genova. Il monitoraggio dell'associazione ecologista è stato condotto congiuntamente con quello dell'Accademia del Leviatano, eseguito tra Livorno e Bastia e tra Fiumicino e Ponza. Il tutto seguendo un protocollo scientifico – quello del Dipartimento Difesa della natura di Ispra e dal Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa – affinché il risultato possa essere il più affidabile possibile. Dopo 3000 chilometri di mare sottoposti al controllo e 136 ore di osservazione degli scarti il risultato è stato desolante: ben il 95% dei rifiuti del Tirreno si compone di plastica.

Il dato sull'immondizia presente nel Tirreno ricalca in parte i dati dell'Unep (Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente), secondo il quale la percentuale di plastica nei rifiuti marini è stimata tra il 60-80%, con punte che arrivano al 90-95%. In un mondo in cui i rifiuti sono costituiti soprattutto dalla plastica, il Tirreno figura tra le aree maggiormente caratterizzate da questo materiale. La diffusione della plastica, del resto, caratterizza società tendenzialmente consumistiche, laddove la sua diffusione ha vissuto un boom negli ultimi quarant'anni. Per quanto riguarda l'altro polo consumistico (Usa, Giappone e Cina), da tempo gli esperti parlano di "Pacific Trash Vortex" , ovvero la Grande chiazza di immondizia del Pacifico, la cui estensione è stata stimata tra i 700.000 km² e i 10 milioni di km².