L'allarme è stato lanciato qualche giorno fa e gli animi sono già in agitazione, memori dell'indimenticabile disastro ambientale che coinvolse il Golfo del Messico a partire dal 20 Aprile del 2010, quando in seguito ad un incidente riguardante un pozzo della British Petroleum posto a oltre 1500 metri di profondità, iniziò uno sversamento massivo di petrolio che fu possibile fermare soltanto 106 giorni più tardi. Da allora milioni di barili di petrolio galleggiano nelle acque dinanzi la Louisiana, il Mississipi, l'Alabama e la Florida, mentre il residuo più pesante dell'oro nero, è andato ad addensarsi sul fondale marino formando accumuli lunghi chilometri.

La Guardia Costiera avrebbe avvistato una pellicola lucida sulle acque del martoriato Golfo del Messico una decina di giorni fa. La British Petroleum ha immediatamente affermato che non ci sarebbe alcuna indicazione di un nuovo versamento, avendo inviato un sottomarino a comando remoto presso i vecchi pozzi per la trivellazione in mare, ormai abbandonati dopo il fatale incidente: essi sarebbero tutti estremamente distanti dal luogo in cui è avvenuta l'individuzione. Il governo americano, infatti, allertato dalla segnalazione, ha immediatamente chiesto alla Bp e alle altre aziende del settore di indagare sulla provenienza della macchia.

Bisognerà, dunque, aspettare qualche giorno per conoscere cause, origini e destino di questo nuovo pericolo che si aggira nelle acque di fronte al continente americano: nel frattempo non resta da fare altro se non rammaricarsi per la rovina che sembra sempre più inevitabile ed inarrestabile per il nostro pianeta. Ricordandoci che è recente la notizia di un'altra marea nera che sta funestando questa volta l'Europa, al largo delle coste scozzesi.

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Una decina di giorni fa, un guasto ad una piattaforma della Shell posta nel Mare del Nord ha provocato la fuoriuscita di petrolio che è andato a formare una macchia di oltre 40 chilometri quadrati. Come spesso accade in questi casi, la multinazionale è stata piuttosto reticente nel diffondere dati sull'entità del danno: ma il dubbio che non si tratti di una vera e propria catastrofe è stato immediatamente fugato. La Scozia attualmente, quindi, teme il peggior disastro ambientale dal 1993, quando oltre 85 000 tonnellate finirono in mare, dopo l'incidente della petroliera MV Braer, incagliatasi in una baia delle isole Shetland.

Secondo quanto la Shell ha dichiarato, per adesso, sarebbero 216 le tonnellate già fuoriuscite, l'equivalente di più di 1300 barili, mentre sono 600 le tonnellate ferme nell'oleodotto danneggiato: pronte a finire in acqua, nel caso in cui non si trovasse un modo abbastanza rapido per chiudere la falla che si è aperta nella piattaforma Gannet Alpha. La Shell ha detto e ripetuto che la macchia si disperderà naturalmente senza raggiungere le coste, ma i gruppi ambientalisti non si sentono affatto rassicurati dalle poche informazioni che sono riusciti ad estorcere al colosso dei carburanti: e, a questo punto, neanche i comuni cittadini.