Vegetariani e vegani sono spesso oggetto di critiche e scherniti per il loro approccio alla vita alimentare, molto spesso l’unico aspetto che si vede quando si parla di questo tipo di dieta è quello emotivo, legato al rifiuto di nutrirsi di un essere vivente, e dei suoi derivati, che, tra l’altro, è stato precedentemente obbligato a sussistere e morire in condizioni lontane da quelle che possono rientrare nel concetto di “benessere animale”. Chiaramente a molte persone non interessa a riflettere su chi siano gli animali che, anche se dovessero essere visti come creature pensanti e capaci di emozioni, non creano il giusto livello di empatia che faccia sì che una persona smetta di mangiarli. Insomma, detto in parole povere, alle persone semplicemente non interessa, non è un problema loro se quell’animale ha subito violenze, se quell’animale è stato trattato come uno strumento incubatore di alimenti o se quell’animale sia morto poche ore dopo essere nato.

E se l’allevamento fosse la prima e più importante causa dell’inquinamento globale, della desertificazione, della scomparsa di molte specie animali, della fame nel mondo e della nostra stessa imminente fine e le associazioni animaliste, ambientaliste ed ecologiste ce lo stessero nascondendo?

Se così fosse, le persone rivaluterebbero le diete vegetariane e vegane?

Questo è un po’ il messaggio che cerca di passare il documentario “Cowspiracy” grazie al quale è possibile avere una maggior coscienza e consapevolezza della realtà intorno a noi. Ma andiamo nel dettaglio.

All’interno del documentario, Kip Andersen e Keegan Kuhn fanno luce su diversi aspetti dell’allevamento animale (di terra o mare che sia).

Iniziamo con il dire che la CO2 prodotta dalle mucche è pari al 51% delle emissioni globali, mentre i mezzi di trasporto (auto, tir, treni, navi o aerei) rappresentano il 13%. Il gas metano prodotto dalle mucche negli allevamenti è da 25 a 100 volte più distruttivo di quello prodotto dalle auto, oltre ad inquinare, questi animali sono anche la principale causa di consumo di risorse e di degrado ambientale.

E non è tutto. La crisi idrica di cui parlano molte associazioni ambientaliste narra di 100 miliardi di galloni di acqua utilizzati negli USA, ma non sono nulla paragonati ai 34 trilioni di galloni di acqua consumati dagli animali negli allevamenti.

Ma come è possibile? Ci basta considerare che fino a 10.000 anni fa, gli animali in libertà rappresentavano il 99% della biomassa e noi solo l’1%, oggi la situazione si è completamente ribaltata e noi, con i nostri animali non più liberi, rappresentiamo il 98% della biomassa mentre fanno parte del 2% rimasto i pochi animali ancora liberi e, per allevare gli animali, abbiamo distrutto il 91% della foresta amazzonica.

E che dire dei nostri Oceani? Secondo l’ONU, 3/4 delle zone ittiche del mondo sono sovrasfruttate, se non in esaurimento, e tutto ciò sempre a causa dell’eccessiva pesca di cui l’essere umano è responsabile. Il dato si traduce in un’assenza di pesci nei mari entro il 2048.

Il problema è la sovrappopolazione? No, basta considerare che la carne prodotta oggi potrebbe alimentare tra i 12 e i 15 miliardi di persone, ma noi siamo solo 7, senza contare che 1 miliardo muore di fame (quindi a questi di certo non va la carne prodotta negli allevamenti). Non dimentichiamoci che questi animali, in totale 70 miliardi, mangiano circa il 50% dei cereali e dei legumi prodotti dalla terra, il che significa che se prendessimo il cibo che diamo agli animali da allevamento e lo distribuissimo agli umani, non ci sarebbero persone che muoiono di fame.

Il documentario si sofferma anche sull’olio di palma, che ad oggi viene additato come il nemico pubblico e che provoca la perdita 10,6 milioni di ettari di foreste. Il suo impatto non è nulla in confronto a quello provocato dagli allevamenti che per le coltivazioni di foraggio hanno bisogno di 56 milioni di ettari di foresta pluviale.

Qual è quindi il nostro futuro? Se vogliamo avere un futuro, dobbiamo ridurre necessariamente il consumo di carne, pesce, latticini e uova, anche se la scelta migliore sembrerebbe essere quella vegana.

Messi a confronto, un vegano, rispetto ad un onnivoro

  • produce la metà di CO2
  • utilizza 1/11 di combustibili fossili
  • utilizza 1/13 della quantità di acqua
  • sfrutta 1/18 della superficie di terreno

Il ragionamento è semplice: se non mangiassimo più gli animali da allevamento e i loro derivati, questi non esisterebbero, non ci sarebbe bisogno di produrre il loro mangime, non ci sarebbe bisogno di occupare ettari ed ettari di Terra e così le foreste ricomincerebbero a crescere e il nostro Pianeta in generale tornerebbe in salute, e anche noi con lui. Insomma, non c'è bisogno di amare gli animali per salvare se stessi.

Purtroppo, tutte le tecnologie "ambientaliste" e ad “impatto zero” e tutto ciò che ci chiedono di fare per ridurre il nostro impatto (utilizzare meno l’auto, spegnere l’acqua quando ci laviamo i denti, fare la raccolta differenziata, solo per elencare alcune buone pratiche ecologiste) non sono nulla se messi a confronto con ciò che si potrebbe ottenere riducendo, se non addirittura eliminando, il settore dell’allevamento animale.

Intervenire sulla CO2 significa attendere anni e anni e ancora anni prima che la situazione possa minimamente migliorare, mentre agire limitando il metano prodotto dagli animali degli allevamenti ci permetterebbe di ottenere risultati immediati. E ricordiamocelo, non abbiamo molto tempo, forse solo 50 anni.