Per la seconda volta, a distanza di un anno, un gruppo di ricercatori cinesi si è servito di una tecnica di editing del genoma per modificare embrioni umani: la tecnica si chiama CRISPR/Cas9 ed è stata utilizzata per cercare di rendere tali embrioni resistenti alle infezioni da HIV.

Il metodo Crispr è considerato tra i maggiori traguardi scientifici del 2015: esso è relativamente semplice e decisamente preciso, con la sua possibilità di "tagliare e cucire" frammenti di DNA. Proprio queste sue caratteristiche, però, lo rendono piuttosto controverso a causa della relativa facilità di manipolazione del genoma che causa.

In questo caso la tecnica è stata utilizzata per modificare un gene coinvolto nell'infezione da HIV: tale gene, chiamato CCR5, può presentare una mutazione (CCR5 delta 32) che rende alcune persone naturalmente resistenti al temibile virus. Tale mutazione si manifesta con l'alterazione di una delle principali proteine che riesce, così, a bloccare il contagio delle cellule.

Per il loro lavoro, ricercatori hanno prima selezionato oltre 200 embrioni risultati non adatti all'impianto ma provenienti da trattamenti per la fecondazione in vitro. Ventisei tra questi sono stati modificati ma l'esperimento è riuscito soltanto con quattro. Il materiale è stato tutto interamente distrutto tre giorni dopo l'esperimento.

Appare chiaro dai numeri che lo studio è su scala decisamente ridotta: quello che, però, lo rende interessante riguarda soprattutto gli aspetti etici legati all'editing genetico. Esattamente come accadde nel 2015, il lavoro apre a inquietanti interrogativi sul nostro futuro: un futuro in cui si immagina di poter "fabbricare" bambini su misura ma che – va detto – non è poi così vicino. Le possibilità di manipolazione genetica aperte dalla tecnica, in effetti, se da un lato presentano delle implicazioni di primissimo ordine per il mondo della ricerca, dall'altro spaventano non poco.