in foto: Particolare della copertina dell'Economist che nel 2008 colse efficacemente, con una sola parola, la rilevanza sociale della crisi economica.

Viva le parolacce. Ovviamente "non si dicono", come ammoniscono i genitori al pargolo indispettito, ma in verità sì, si dicono eccome. Le sentiamo in auto e in televisione, durante i reality show, i film e le sedute parlamentari, le sentiamo al bar, a scuola e sul posto di lavoro. Le sentiamo e, sia chiaro, le diciamo. Il fatto, spiega Richard Stephens all'Indipendent, docente della facoltà di psicologia alla Keele University, nel Regno Unito, è che il turpiloquio serve soprattutto a "decomprimerci". Insomma, l'indicibile infilato al posto giusto allenta lo stress che tempesta il nostro cervello. L'ha detto lo psicologo britannico, ma anche diverse ricerche.

Il primo studio sull'argomento risale agli anni Cinquanta, quando un gruppo di naturisti norvegesi trascorse sei mesi nell'Artide, nei mesi più duri, per condurre una serie di esperimenti. Uno di loro aveva il compito di "sentire" e dopo mezzo anni giunse alla conclusione che si tira fuori la parolaccia sia per alleviare lo stress e il dolore, sia per eliminare le distanze e fraternizzare. A sostegno della funzione benefica del turpiloquio è giunto più di recente il professor Stephens, che nella Keele University ha formato due gruppi di studenti, ha indicato quale dei due fosse libero di dire parolacce e quale no, dopodiché ha invitato i volontari a mettere la mano in un secchio di acqua ghiacciata e di resiste il più a lungo possibile. Gli studenti con licenza di volgarità hanno resistito più a lungo. Da qui la capacità della parolaccia di essere valvola di sfogo in stati di disagio.

A proposito della capacità di ridurre le distanze tra essere umani, una ricerca della Northern Illinois University ha dimostrato che un oratore è più persuasivo se nel suo discorso inserisce una "cattiva parola". Il fatto che si tratti di vocaboli dal forte impatto emotivo è dimostrato anche da un'altra ricerca che ha scoperto che aumenta la sudorazione di un pubblico che ascolta una parolaccia. Il turpiloquio è dunque emotività, relazione sociale, persino calmante. Certo, ha osservato lo psicologo, non è necessario che si dicano oscenità cogliendo un qualsiasi pretesto; anche perché è la sconvenienza sociale del vocabolo a dargli forza. Eppure "molte donne gridano ingiurie mentre partoriscono" – ha fatto notare Stephens – "Le stesse ingiurie risuonano dalla cabina di pilotaggio nella scatola nera di aerei caduti in disastri di vario tipo. E' una delle prove che le parolacce, per quanto scandalizzino, sono la lingua della vita e della morte".