Riprogrammare cellule adulte grazie all'inserimento nel DNA di specifici geni in grado di riportarle ad uno stato di "gioventù": la tecnica che ha consentito di mettere a punto le cellule staminali pluripotenti indotte è già valsa il Premio Nobel 2o12 per la medicina ai due ricercatori Shinya Yamanaka e John B. Gurdon poiché, assai probabilmente, costituirà il punto di partenza per le strade che prenderà la medicina in futuro. Un futuro che si prospetta non troppo lontano se i primi timidi frutti iniziano già a farsi vedere: presso il dipartimento di medicina rigenerativa della Yokohama City University Graduate School of Medicine è stato infatti realizzato il primo fegato umano da staminali pluripotenti. Ne dà notizia un articolo pubblicato dalla rivista Nature che spiega come l'organo sia completamente vascolarizzato e in parte già funzionale.

Il problema della disponibilità di organi è tristemente noto a tutti e riguarda tutti i Paesi: non di rado il trapianto è la sola speranza di sopravvivenza dei pazienti ma le liste talvolta interminabili rendono praticamente impossibile l'adeguamento dell'offerta alla domanda. Per tale ragione, la possibilità di ottenere "pezzi di ricambio" in laboratorio costituisce la risorsa a cui si rivolge con grande interesse una parte della comunità scientifica: la tecnica della coltivazione in vitro delle iPS consente di guardare a questa prospettiva con un certo ottimismo, come dimostrano i risultati del lavoro del gruppo di ricercatori guidato da Takanori Takebe e Hideki Taniguchi. Anche se va sottolineato che per il momento l'esperimento è stato condotto esclusivamente su alcune cavie, ragion per cui la prudenza è d'obbligo come sempre in questi casi.

In precedenza si era già tentato di mettere a punto organi complessi vascolarizzati ma i risultati non erano stati incoraggianti. Takebe e Taniguchu hanno quindi deciso di ricorrere ad un approccio leggermente differente, cercando di riprodurre in laboratorio proprio le prime fasi di generazione che danno vita ad un fegato: ossia hanno ricreato le medesime condizioni di interazione cellulare che che consentono all'organo di svilupparsi a partire dalla sua fase embrionale. Dalle cellule mature sono state ottenute delle staminali pluripotenti indotte umane che i ricercatori hanno fatto differenziare in cellule dell'endoderma, il foglietto embrionale dal quale, a partire dalla terza settimana di vita, si forma una sorta di "abbozzo" in forma di massa di tessuto che successivamente sarà vascolarizzata, originando l'organo adulto. In seguito tali iPS sono state coltivate assieme cellule staminali mesenchimali ed endoteliali, queste ultime indispensabili per la formazione dei vasi sanguigni.

Il "cocktail" ottenuto ha mostrato straordinarie capacità "auto-organizzative", generando in vitro un abbozzo di fegato del tutto simile a quello osservabile in un organismo allo stadio embrionale. Infine il «liver bud», ossia il bocciolo di fegato, dalle minuscole dimensioni di circa 5 millimetri, è stato impiantato in alcuni topolini: a questo punto, con somma soddisfazione degli studiosi, l'organo primordiale ha proseguito nel suo regolare sviluppo (le tecniche di imaging sono state un supporto fondamentale per osservare gli esiti del trapianto), portandolo a termine con una regolare vascolarizzazione e con l'attivazione di alcune tra le principali funzioni epatiche.

I risultati hanno dimostrato come la nuova frontiera della medicina rigenerativa si apra proprio a partire dalle iPS: le ragioni sono molteplici e riguardano non soltanto le grandi potenzialità della tecnica di ringiovanimento delle cellule, ma anche la possibilità di aggirare le opposizioni di natura etica che si concentrano principalmente sul prelievo di cellule dagli embrioni; inoltre, la prospettiva di impianti ottenuti dalle iPS fa intravedere agli scienziati la possibilità di superare il problema del rigetto degli organi. Ma è bene ricordare che, come sottolineano gli stessi autori dello studio, prima che sia verificata con precisione la funzionalità della tecnica anche sull'uomo, bisognerà aspettare ancora 10 anni: che in verità, per i tempi della scienza, sono davvero pochi.