Nel dicembre del 2013, il modulo Chang’e-3 atterrava sul suolo lunare, più precisamente nel bacino del Mare Imbrium, un immenso cratere da impatto visibile anche dalla Terra: la prima missione cinese diretta verso il nostro satellite prendeva così il via, con un piccolo rover di nome Yutu (il Coniglio di Giada, più o meno) che iniziava a guardarsi attorno.

Quarant’anni lontani dalla Luna.

Era da tempo ormai che non si raccoglievano più campioni lunari: da quando il programma Apollo si è concluso, quasi quarant'anni or sono, le esplorazioni made in USA sono state effettuate principalmente attraverso satelliti orbitali. Yutu, invece, sta svolgendo un lavoro più ravvicinato che, a quanto pare, inizia a regalare qualche soddisfazione: tra un’analisi e l’altra, grazie agli strumenti di bordo Active Particle-induced X-ray Spectrometer (APXS) e Visible and Near-infrared Imaging Spectrometer (VNIS ), alla fine la missione è incappata in un tipo di roccia che mai prima d’ora era stato individuato sulla Luna, né quando missioni sovietiche ed americane hanno prelevato campioni né, tanto meno, nel materiale lunare giunto sulla Terra attraverso i meteoriti.

Nuove rocce lunari.

Ad annunciare la scoperta sono gli scienziati guidati dal professor Zongcheng Ling della Shandong University cinese che ne hanno illustrato i dettagli in un articolo pubblicato da Nature Communications. La regione alla quale si è dedicato il lander è una levigata spianata di basalto accanto ad un cratere relativamente giovane (un cratere nel cratere, per la precisione), ribattezzato adesso ufficialmente Zi Wei: proprio sul fondale roccioso di Zi Wei ha scavato Yutu, per indagare nella misteriosa natura mineralogica lunare.

Sulle tracce di titanio.

I basalti acquisiti nel corso delle missioni precedenti presentavano concentrazioni di titanio che variavano tra l'elevato e il molto basso: mancavano del tutto i valori intermedi che, invece, sono stati individuati per la prima volta grazie alle ultime misurazioni effettuate con gli spettrometri di Yutu; è stata inoltre osservata una ricchezza di ferro, anche questa mai rilevata in passato.

Una distribuzione del titanio tanto variabile, ha spiegato uno degli autori dello studio, Bradley Jolliff della Washington University di St. Louis, indica sostanzialmente la mancanza di omogeneità all'interno della Luna: fin qui ci siamo, è il perché che resta ancora un mistero da comprendere.

Terra e Luna, sorelle diverse.

La possibilità è che grandi impatti, durante la fase di oceano di magma, abbiano creato delle discontinuità nella formazione del mantello; tale fase si collocherebbe circa 500 milioni di anni dopo la nascita del satellite, quando il decadimento degli elementi radioattivi fuse nuovamente il mantello. In ogni caso, le indagini consentono di stabilire che il mantello lunare è molto meno uniforme di quello terrestre: e questo è un dato molto interessante, se si vuole scavare nel passato della Luna che, secondo la teoria più accreditata, si è formata dall'impatto della Terra con un oggetto celeste dalle dimensioni di Marte.

I dati relativi alle variazioni del titanio sono utili per realizzare mappe delle zone interessate alle diverse fasi del vulcanesimo, poiché riflettono l'ordine con cui si cristallizzano i minerali del magma basaltico. I campioni analizzati da Yutu sono relativamente recenti (la loro età non può risalire oltre i 3 miliardi di anni) e raccontano una storia che gli scienziati non hanno ancora compreso del tutto; ma che, senz'altro, sarà l'obiettivo dei prossimi studi, con o senza Coniglio di Giada.