Il nostro cervello reagisce diversamente all'ascolto della musica che più ci piace e a seconda del prezzo che paghiamo, a dimostrarlo sono i ricercatori dell'Università di Bonn attraverso uno studio unico nel suo genere intitolato “Pay what you want! A pilot study on neural correlates of voluntary payments for music” che verrà pubblicato su Frontiers in Psychology. Come dice il titolo stesso, la ricerca è nata dalla volontà di comprendere cosa avvenga nel nostro cervello quando ci troviamo di fronte alla possibilità di pagare un prodotto, in questo caso un brano musicale, a seconda di quanto riteniamo giusto.

Era il lontano 2007 quando i Radiohead confusero i fan mettendo online il nuovo disco e chiedendo loro di decidere in autonomia quanto pagare per scaricarlo, era anche possibile ottenerlo gratuitamente. Il risultato di questo esperimento ha visto alcuni non pagare, mentre altri, ancor più interessante e sorprendente, offrire il doppio rispetto a quanto avrebbero pagato normalmente. Ma come reagisce il nostro cervello alla logica del “paga quanto vuoi”?

Per capirlo i ricercatori hanno chiesto ad un gruppo di 25 partecipanti, sottoposti a scannerizzazione del cervello, di ascoltare 30 secondi di diversi brani musicali e, successivamente, di acquistare la canzone a seconda o di un prezzo scelto da loro o di un prezzo imposto dai ricercatori, ma sconosciuto ai partecipanti. In quest'ultimo caso i ricercatori hanno riscontrato un'attivazione a livello del sistema di ricompensa cerebrale direttamente proporzionale al gusto: quando il brano piaceva molto l'attivazione era maggiore.

Nel caso in cui alle persone veniva concesso di scegliere in autonomia il prezzo, ad attivarsi era, inaspettatamente, un'altra area del cervello. Stiamo parlando della lingula che è coinvolta nei processi visivi e che ha una componente sociale, ad esempio si attiva quando il nostro interlocutore fa una faccia di disgusto.

Insomma, il prezzo da pagare per qualcosa che ci appassiona porta il nostro cervello ad agire diversamente, chissà che questo studio non sia da aiuto alle case discografiche che, negli ultimi anni, non se la passano molto bene.

[Foto copertina di kaboompics]