La condizione di stato vegetativo è tra le più angoscianti che un essere umano possa sperimentare. È un limbo sospeso a metà tra la vita e la morte, dove non è chiaro fino a che punto si possa definire il soggetto ancora vivo o meno; e da qui nascono molte controversie di tipo etico tra chi ritiene necessario “staccare la spina” e chi invece impone che le cure vengano prestate a oltranza. Due anni fa l’esito di un esperimento rivoluzionario ha riaperto improvvisamente il dibattito, poiché, se fosse confermato, bisognerebbe accettare l’idea che, in alcuni casi di pazienti vegetativi, esiste ancora una chiara percezione del mondo esterno e quindi, forse, la presenza di una coscienza.

Voci nella mente.

Nel 2010 Adrian Owen, neuroscienziato all’Università di Cambridge, e i suoi colleghi dell’Università belga di Liège, sottoposero il cosiddetto “paziente 23” a risonanza magnetica funzionale, un metodo di imaging del cervello che permette di evidenziare l’attivazione di determinate aree associate a particolari funzioni mentali. Owen iniziò a fare delle domande al paziente, da cinque anni in stato neurovegetativo, a malapena vivo dopo un incidente d’auto. Incredibilmente, il paziente prese a rispondere attraverso l’attivazione di alcune aree del cervello. Fino ad allora, era stato dimostrato che pazienti in stato vegetativo possono sembrare svegli, effettuare movimenti oculari, svolgere altre funzioni di base e possedere un ciclo sonno-veglia, ma nessuno si era mai spinto a sostenere che fossero davvero coscienti: le parti del cervello legate all’auto-consapevolezza, al riconoscimento dell’ambiente esterno e alla memoria sono irrimediabilmente danneggiate.

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Naturalmente, dalla pubblicazione della scoperta il dibattito si è fatto vivacissimo, in quanto destinato a stravolgere completamente le procedure cliniche messe in campo in questi casi, con conseguenze di enorme importanza sul piano etico, qualora i dati fossero confermati. In effetti alcuni studiosi mettono in dubbio che la risonanza magnetica funzionale possa davvero dimostrare una coscienza del paziente, e non piuttosto una risposta automatica, istintiva. Ma il professor Owen è addirittura convinto che sia possibile stabilire un contatto tra medico e paziente, e tra familiari e paziente, per rispondere alle esigenze di quest’ultimo.

Owen aveva già ottenuto, in precedenza, risultati incredibili nel corso delle sue ricerche. Nel giugno 2006 chiese a una giovane ragazza in stato vegetativo da cinque mesi dopo un incidente di immaginare di giocare a tennis e camminare tra le stanze di casa sua. Quando si chiede a pazienti coscienti sottoposti a imaging funzionale di immaginare una partita di tennis, vengono sempre attivate le stesse aree del cervello all’interno della corteccia motoria, mentre quando un soggetto immagina di camminare all’intero della propria casa si attiva un’area nota come circonvoluzione paraippocampale. Ebbene, la risonanza mostrò che le stesse aree del cervello si attivavano nella ragazza in stato vegetativo. Il risultato fu pubblicato sulla rivista Science provocando non poco scalpore. Alcuni suggerirono che si trattasse di un riflesso istintivo legato all’ultima parola della frase, di solito associata al termine da immaginare (“tennis”, “casa”). Successivi esperimenti con frasi diversamente strutturate hanno tuttavia smentito quest’ipotesi.

Instaurare un dialogo con pazienti in coma.

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Il caso del paziente 23 è naturalmente destinato ad ancora più clamore. In quel caso, infatti, il professor Owen e la sua équipe internazionale sono riusciti a instaurare un dialogo con il paziente in stato vegetativo, chiedendo per esempio di immaginare di giocare a tennis se la risposta a una domanda fosse stata “sì” o di camminare per casa se la risposta fosse stata “no”. Sottoposto a domande di tipo personale, per esempio sul nome del padre o sul numero di fratelli o sorelle, il paziente 23 ha risposto sempre correttamente a cinque domande su sei, mentre in un caso non ha fornito risposta. Questo non vuol dire, chiarisce Owen, che i soggetti nel medesimo stato posseggano davvero consapevolezza: la coscienza e la consapevolezza non si limitano a una risposta di tipo binario “sì/no” a una domanda, ma sono piuttosto il prodotto che emerge dalla funzionalità di diverse aree del cervello.

Anche se, secondo le stime, almeno il 20% dei pazienti in stato vegetativo potrebbe essere in grado di comunicare con l’esterno attraverso questo tipo di approccio, non si tratta comunque di un modo per guarire: la donna del tennis morì un anno dopo l’esperimento e il paziente 23 è ancora nel medesimo stato. Ma sarebbe comunque un buon modo per interagire con i soggetti e per dare un po’ di consolazione alle famiglie. Grazie a generosi sovvenzionamenti per ben 20 milioni di dollari, Owen ha ora avviato una nuova fase delle proprie ricerche, utilizzando non più i costosi scanner di risonanza magnetica funzionale ma i più banali elettroencefalogrammi, trasportabili su una macchina. Ogni anno, indagherà 25 pazienti non solo attraverso la sollecitazione uditiva, ma anche mediante gusto e olfatto. E proverà a verificare se tali pazienti sono capaci di pensieri più complessi. Ma la frontiera più estrema sarà quella di indagare sulla reale condizione dei soggetti: se essi provino o meno dolore e, soprattutto, se siano in grado di rispondere veramente alla domanda più importante, se cioè di fronte alla certezza di non poter guarire vogliano o meno staccare la spina.