Nella sua lunga vita ha dovuto sfidare costantemente i pregiudizi legati all'essere donna, a cominciare da quelli familiari, quando il padre accettò con poco entusiasmo l’iscrizione della giovane Rita all'università. Eppure, negli anni successivi, non ha mai avuto bisogno di rivendicare la propria identità di genere attraverso slogan dozzinali ma, nel suo essere sempre sollecita a confrontarsi con i giovani depositari della conoscenza del futuro, ha tenuto a mente, per sé e per tutti, come nella nostra civiltà nascere donna significhi ancora troppo di frequente essere penalizzati: le capacità del cervello maschile e di quello femminile sono pari, diceva, ad essere differenti sono le possibilità che vengono offerte.

E invece, grazie a quella piccola signora dalla voce angelica e dagli occhi (purtroppo parzialmente offuscati) celesti hanno potuto studiare migliaia di ragazze africane: una fondazione che porta il suo nome, infatti, ha garantito per anni borse di studio alle giovani nate in una terra sventurata dove l’accesso all'istruzione è una realtà ancora impossibile per la quasi totalità della popolazione femminile. Contro ogni forma di pregiudizio ma, soprattutto, “militante” nelle schiere della ricerca, la passione che, come una fiamma perpetua, mai si è spenta nel suo cuore: Rita Levi Montalcini ha continuato a studiare fino agli ultimi giorni della sua vita e la sua mente sempre attiva e spiritosa è stata mirabile testimonianza di ciò. Se qualcuno dovesse interrogarsi imprudentemente sull'utilità e il rilievo di figure istituzionali quali i Senatori a vita (come purtroppo accadde, quando finì tra chiassosi e sfaccendati parlamentari), la scienziata torinese ha lasciato una risposta anche per questo nel corso della sua intensa esistenza, quando “costrinse” (virgolette obbligatorie, per una così mite signora) il Premier Romano Prodi nel 2006 a revocare parte di un provvedimento che tagliava una quota di finanziamenti destinati alla ricerca scientifica.

Rita Levi Montalcini, a differenza di tanti scienziati che preferiscono collocarsi in una “zona grigia” in cui studio e ricerca appaiono quasi disconnessi dal tessuto sociale, non ha mai rifiutato l’impegno civile che discendeva naturalmente dal suo personaggio pubblico: fin da quando, giovanissima, entrò a far parte come medico nelle forze alleate e visse il conflitto mondiale in prima linea, l’amore per l’umanità e la volontà di alleviarne le sofferenze e i dolori, come solo la scienza può fare, sono state parte integrante del suo stesso lavoro di studiosa. Quella signora d’altri tempi non si è limitata a conoscere e sviscerare i segreti del sistema nervoso, ma ha voluto comunicare con tutti quelli che potevano comprenderla, anche attraverso un’intensa opera di divulgazione che era condivisione di una saggezza che il destino riserva a pochi individui: questo ne ha fatto non solo una figura indimenticabile, ma anche una delle persone alla quale i giovani guardano con maggiore fiducia.

Rita Levi Montalcini era soprattutto amatissima da tutti, anche perché quella signora d’altri tempi era riuscita ad attraversare il secolo con le sue idee democratiche intatte come quelle di un fanciullo, attraverso le quali si respirava libertà di ogni forma: nel suo temere assai più la manipolazione culturale, in luogo di quella genetica, emergeva uno spirito giovane ma desto e sempre attento a non finire in facili trappole e gabbie; la serenità e la pacatezza con cui affrontava temi che sembrerebbero far tremare i politici, dall'eutanasia come consapevole scelta dell’individuo all'importanza che la ricerca sia essa stessa fonte di ispirazione per i valori della società (e non una presunta etica un ostacolo per lo sviluppo), sono tra le sue più grandi eredità che ha lasciato. Ieri questo mondo ha perso una delle sue anime migliori ma l’augurio è che quella luce che fu Rita Levi Montalcini possa diventare adesso un faro per i naviganti del futuro.