in foto: Credits: NASA/JPL–Caltech/Space Science Institute

Anche Dione adesso è più vicino di quanto non lo sia stato mai: merito della sonda Cassini che ha effettuato un passaggio radente che l’ha portata ad osservare nuovi dettagli di quello che è uno dei maggiori satelliti di Saturno. Il risultato del fly by è stato, tra l’altro, la possibilità di vedere Dione in nuove immagini ad elevatissima risoluzione.

Il lungo viaggio della sonda Cassini.

L’incontro ha avuto luogo lo scorso 17 agosto quando Cassini è passato a 474 chilometri di altezza sulla superficie di Dione: era la quinta volta che accadeva, nel corso del lungo viaggio che la sonda sta compiendo nei dintorni di Saturno ormai da anni. Il punto di minima distanza era stato toccato nel dicembre del 2011 quando Cassini si era trovata a 100 chilometri dal satellite.

Adesso la sonda è in viaggio per le prossime tappe che la porteranno, a partire da ottobre, a fare un’altra visita alla affascinante Encelado e ai suoi pennacchi di ghiaccio e vapore che tanto hanno destato curiosità e interesse negli scienziati.

Dopodiché si aggirerà tra le piccole lune ghiacciate (tra cui Dafni, Epimeteo, Egeone, Telesto) per fornire una mappa ancora più precisa del complesso sistema di Saturno e dei suoi 62 satelliti naturali; infine partirà alla volta dell’attesissimo Gran Finale, quando si “tufferà” tra gli affascinanti anelli del pianeta.

Alla scoperta di Dione.

Obiettivo del passaggio del 17 agosto non era principalmente quello di collezionare immagini: il focus scientifico era quello di operare delle misurazioni relative alla gravità del satellite. Nei prossimi mesi i dati raccolti saranno accuratamente analizzati per indagare sulla struttura interna di Dione e sui processi che caratterizzano la sua superficie.

Una superficie che – alla NASA ne sono certi – si è già mostrata come particolarmente movimentata dove, tra le strutture circolari dei crateri da impatto tipiche delle lune e alcune caratteristiche lineari in contrasto, sicuramente non c’è da annoiarsi.

C’è una luminosa rete di fratture, che misura circa 1.123 chilometri, già individuata dalla sonda Voyager in precedenza ma osservata ad una risoluzione più scarsa: la natura di questo territorio non era del tutto chiara, almeno fino a quando Cassini non ha svelato che non si trattava di depositi superficiali di ghiaccio, come qualcuno sospettava, bensì un singolare modello di dirupi ghiacciati e luminosi intrecciati in una miriade di fratture: forse un possibile effetto dei parametri orbitali di Dione o una conseguenza delle maree del satellite.

In cerca di vulcani.

«Dione è sempre stato un enigma avendo dato spesso indizi di processi geologici attivi, inclusa l’atmosfera e la prova di vulcani ghiacciati. Ma non abbiamo mai trovato la pistola fumante» ha spiegato Bonnie Buratti, membro dello science team di Cassini presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena. Ecco perché l’ultimo passaggio andava a caccia, in particolare, di gayser e vulcani per trovare finalmente la prova definitiva dell’attività geologica presente sul satellite: grazie ai dati ottenuti, infatti, gli scienziati studieranno la gravità della Luna, la sua struttura interna e quella del guscio di ghiaccio, mappando le regioni che manifestano “anomalie termiche” poiché sembrano essere più calde di altre grazie allo spettrometro a infrarossi.