La notizia della bambina guarita dall'HIV ha fatto il giro del mondo ed è stata generalmente presentata dalla stampa come il passo decisivo nella lotta all'Aids.

Pur riconoscendo il successo della cura in questione, sia per aver guarito la bambina sia per studi futuri sull'HIV, il giornale scientifico Popsci sottolinea 5 aspetti a cui la stampa non ha dato sufficiente rilievo e che invece sarebbe utile tenere ben presenti per dare ulteriore impulso alla ricerca.

  1. Cura anti-retrovirale. La bimba del Mississipi ha assunto fin dalla nascita farmaci retro-virali, ovvero medicine il cui scopo è ridurre e contenere la replicazione del retrovirus. Una delle caratteristiche dell'HIV, infatti, è la capacità di "copiarsi". Va precisato però che i farmaci anti-retrovirali non sono una scoperta recente, ma risalgono alla metà degli anni Novanta e rappresentano tutt'oggi il passo più importante contro l'HIV.
  2. Cura funzionale. I medici definiscono "funzionale" la cura della bambina, piuttosto che una guarigione completa. Si tratta di una situazione nella quale la riduzione dell'infezione rende questa non rilevabile e, soprattutto, tale che, interrotto il trattamento medico, il virus non si riproduce.
  3. Cura prenatale. Nel caso specifico la madre della bambina guarita aveva sottoposto se stessa a cure anti-retrovirali per tutto il corso della gravidanza, partorendo infine con taglio cesareo. Il successo della cura, dunque, non può prescindere da questa premessa che pone un requisito fondamentale alla guarigione stessa. E' necessario che le strutture mediche siano maggiormente accessibili e che le cure anti-retrovirali, particolarmente dispendiose, siano alla portata di tutti.
  4. Cura su neonato. Il successo degli anti-retrovirali va rapportato alla cura attuata su una neonata: appena 30 ore dal parto, la bambina è stata sottoposta alle cure standard. E' difficile pensare che le stesse medicine portino a cure funzionali su soggetti adulti.
  5. Esiste un altro caso di guarigione. Nel 2007 Timothy Brown, il cosiddetto "paziente di Berlino", guarì dall'HIV attuando una cura (drastica) profondamente differente dal caso del Mississipi. Brown fu sottoposto al trapianto di midollo osseo, un'operazione talmente pericolosa (il corpo in genere "dichiara guerra" al sistema immunitario trapiantato) che non viene eseguita nemmeno in caso di "sieropositività". Sul paziente di Berlino si eseguì quella pericolosa operazione perché l'urgenza fu posta non dall'HIV, ma dalla leucemia.